Dove raccogliere le recensioni della tua azienda: Google, Trustpilot o LinkedIn

Gestione delle recensioni online - Alessandro Ingala Consulente Marketing

Argomenti dell'articolo

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Dove raccogliere le recensioni della tua azienda: Google, Trustpilot o LinkedIn

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Un cliente soddisfatto che racconta la sua esperienza vale più di qualsiasi slide di vendita tu possa preparare. Questo vale nel B2C, dove la recensione guida la scelta d’acquisto, e vale ancora di più nel B2B, dove il ciclo decisionale è più lungo e chi deve firmare un contratto cerca conferme prima di fidarsi. Non è un caso che, quando parlo con titolari di PMI e marketing manager, la domanda che torna più spesso non è se raccogliere recensioni, ma dove farlo.

La risposta sembra scontata: apri una scheda Google, magari anche un profilo Trustpilot, e aspetti che arrivino. In realtà la scelta del canale ha conseguenze concrete sulla qualità delle recensioni che ricevi, sul controllo che hai in caso di problemi e sulla visibilità che quelle recensioni avranno per i motori di ricerca e per i sistemi di intelligenza artificiale che oggi rispondono alle domande dei tuoi potenziali clienti prima ancora che arrivino sul tuo sito.

In questo articolo confronto i tre canali che consiglio più spesso ai miei clienti: Google My Business, Trustpilot e LinkedIn. Non esiste un vincitore assoluto, esiste il canale giusto per il tuo tipo di attività.

Il problema che nessuno ti dice prima

La maggior parte delle guide sulla raccolta recensioni si concentra su come chiedere una recensione, con template di messaggi e sequenze di follow up. È un aspetto importante, e lo trovi più avanti in questo articolo, ma prima ancora di scrivere il messaggio giusto devi rispondere a una domanda più scomoda: cosa succede se arriva una recensione negativa falsa o ingiustificata? Chi la può rimuovere? E se ne arrivano tante insieme, come in una piccola shitstorm, chi ti aiuta a gestirla?

Ogni canale risponde a questa domanda in modo diverso, e la differenza tra i tre sistemi non riguarda solo l’estetica o la facilità d’uso: riguarda quanto controllo mantieni sulla tua reputazione online.

Google My Business, Trustpilot, LinkedIn: il confronto

Google My Business

Google My Business è il canale più immediato: chiunque abbia un account Google può lasciare una recensione sulla tua scheda in pochi secondi, senza barriere. Questo lo rende il sistema con il tasso di conversione più alto, nel senso che è quello dove ottieni più recensioni con meno sforzo da parte del cliente.

Il profilo Google Business, con le sue recensioni, è inoltre uno dei segnali che Google AI Overview riconosce come indicatore di affidabilità di un’attività: non ho dati sufficientemente solidi per dire che sia “tra le prime fonti citate”, ma è ragionevole considerarlo un tassello utile nella tua presenza online complessiva, da affiancare e non da sostituire ad altri segnali.

Il rovescio della medaglia è il controllo, o meglio, l’assenza di controllo. Google non verifica se chi scrive una recensione sia davvero stato un tuo cliente. Se arriva una recensione negativa inventata, magari da un concorrente scorretto o da un ex dipendente scontento, le possibilità di farla rimuovere sono limitate e la procedura è lenta. Se dovesse arrivare un’ondata di recensioni negative coordinate, quello che in gergo si chiama shitstorm, ti troveresti sostanzialmente da solo a gestirla: Google interviene raramente, e quando lo fa richiede tempo.

Trustpilot

Trustpilot nasce proprio per rispondere al problema del controllo. È una piattaforma terza, indipendente sia da te che dal cliente, che in alcuni casi verifica l’autenticità della recensione: può arrivare a chiedere all’utente di dimostrare l’acquisto tramite fattura o ricevuta, e se questa prova manca può procedere alla rimozione della recensione negativa non verificabile. Per un’azienda che teme recensioni false o attacchi mirati, questo è un vantaggio concreto.

Su questo fronte c’è anche un dato pubblico, seppur da leggere con cautela perché proviene da uno studio commissionato dalla stessa Trustpilot a Seer Interactive nel marzo 2026: i marchi senza un profilo Trustpilot comparirebbero in appena l’1 per cento delle risposte AI che citano brand, contro il 53,5 per cento di quelli con un profilo attivo. Non essendo uno studio indipendente, lo prendo come indicazione di tendenza, non come prova definitiva.

Il limite principale è l’attrito che il sistema crea con l’utente medio: per lasciare una recensione, il cliente deve prima creare un proprio account personale su Trustpilot. Per chi è già abituato a scrivere recensioni Google con un clic, questo passaggio aggiuntivo è spesso sufficiente a far perdere la recensione per strada. Il cliente ha buone intenzioni, ma tra il pensiero e l’azione si mette di mezzo una registrazione che rimanda tutto a un altro momento, che spesso non arriva mai.

LinkedIn, profilo personale

Se lavori in ambito B2B, e in particolare se il tuo interlocutore è un manager o un imprenditore, LinkedIn ha un vantaggio che gli altri due canali non hanno: il tuo cliente ha quasi certamente già un profilo attivo. Non deve creare nulla, deve solo compilare un modulo di raccomandazione integrato nella piattaforma che già usa ogni giorno per lavoro.

C’è poi un secondo vantaggio che nessun altro canale offre: su LinkedIn è impossibile ricevere una recensione negativa pubblica, perché la raccomandazione diventa visibile solo dopo che il proprietario del profilo la approva. Questo elimina alla radice il rischio di shitstorm o di recensioni ingiustificate.

Il limite è altrettanto netto: motori di ricerca e sistemi di intelligenza artificiale non leggono il contenuto di un profilo LinkedIn privato, quindi quelle raccomandazioni, per quanto autentiche e positive, restano invisibili a chi cerca informazioni sulla tua azienda fuori dalla piattaforma. E se il tuo cliente non ha già un profilo LinkedIn attivo, fargliene creare uno solo per lasciarti una raccomandazione è spesso più complesso che fargli aprire un account Trustpilot.

Il confronto in sintesi

CanaleProContro
Google My BusinessFacilità estrema per il cliente; ottima lettura da parte di motori di ricerca e AINessun controllo sulle recensioni false; gestione difficile in caso di attacchi coordinati
TrustpilotSistema di verifica che può rimuovere recensioni false non documentate; buona lettura da motori di ricerca e AIRichiede la creazione di un account, con conseguente attrito per l’utente
LinkedIn personaleRecensioni sempre positive perché approvate dal proprietario; facile per chi ha già un profilo attivoInvisibile a motori di ricerca e AI; difficile da ottenere se il cliente non è già su LinkedIn

Come scegliere il canale giusto per la tua azienda

Non esiste una risposta valida per tutti, ma un criterio pratico c’è: scegli come canale primario quello che meglio si adatta a due variabili, il livello di rischio reputazionale che sei disposto ad accettare e la platea di riferimento dei tuoi clienti.

Se lavori prevalentemente in ambito B2B con manager e imprenditori già attivi su LinkedIn, e vuoi il massimo controllo sulla qualità delle recensioni pubblicate, LinkedIn può essere il canale primario, sapendo però che dovrai lavorare separatamente sulla visibilità SEO e AI con altri strumenti.

Se il tuo obiettivo principale è farti trovare da chi cerca la tua azienda su Google, e sei disposto ad accettare un margine di rischio sulle recensioni non verificate, Google My Business resta il canale con il miglior rapporto tra sforzo richiesto al cliente e risultato ottenuto.

Se hai già avuto esperienze negative con recensioni false, o operi in un settore dove la concorrenza gioca sporco, vale la pena investire l’attrito iniziale di Trustpilot in cambio della tranquillità di un sistema di verifica.

Una volta scelto il canale primario, non fermarti lì. Quando un cliente ti lascia la recensione, chiedigli un piccolo sforzo aggiuntivo: copiare e incollare lo stesso testo anche sul canale secondario. È un passaggio che richiede pochi minuti al cliente e che moltiplica la tua presenza su più fonti, aumentando le probabilità che sia i motori di ricerca sia i sistemi di intelligenza artificiale trovino conferme convergenti sulla tua reputazione. Se pensi che possa essere utile, puoi anche prevedere un piccolo bonus per questo sforzo extra, anche se spesso basta chiederlo con la motivazione giusta. 

Attenzione però se il canale coinvolto è Trustpilot: la piattaforma vieta esplicitamente di offrire sconti, omaggi o altri vantaggi in cambio di una recensione, perché considera l’incentivo un fattore che può condizionare il giudizio del cliente, e prevede la possibilità di segnalare le aziende che lo fanno. Meglio quindi limitare l’incentivo, se proprio vuoi usarlo, al passaggio verso canali che non impongono questo vincolo, come LinkedIn.

Il processo pratico: quando, a chi, cosa chiedere

Una volta scelto il canale, il risultato dipende dal metodo con cui chiedi la recensione, non dalla fortuna.

Quando chiedere

Il momento migliore è quando il cliente è ancora nel pieno della soddisfazione per il lavoro appena concluso: subito dopo la consegna del progetto, o a distanza di poche settimane dal termine della collaborazione. Aspettare troppo significa perdere l’entusiasmo del momento, e con esso la naturalezza della recensione.

A chi chiedere

Non a tutti, solo ai clienti davvero soddisfatti. Prendi la lista completa dei tuoi clienti e seleziona quelli che, in base al rapporto costruito insieme, sanno di essere stati seguiti bene. A seconda di come hai gestito la relazione o di come sai che sono stati soddisfatti dal prodotto che hanno comprato da te, puoi scrivere un messaggio via email o chiamare direttamente al telefono, anticipando la richiesta prima ancora di formularla per esteso.

Cosa chiedere

Una recensione generica del tipo “bravi, consigliato” ha poco valore per chi la legge dopo di te. Per ottenere testimonianze davvero utili, chiedi al cliente di seguire uno schema semplice in quattro punti: per quale servizio/prodotto si è rivolto a te, quali dubbi aveva prima di acquistare, quali risultati ha ottenuto grazie al tuo lavoro o benefici ha ottenuto grazie al prodotto, e infine nome, (azienda e ruolo solo se b2b), elemento che su LinkedIn viene già mostrato automaticamente dalla piattaforma.

Questa struttura trasforma una recensione generica in un caso studio in miniatura, capace di rispondere in anticipo alle obiezioni di chi sta valutando se contattarti.

Il formato che genera più impatto: il video

Se riesci ad andare oltre il testo, il video è il formato con l’impatto maggiore. Una breve video testimonianza, oltre a poter essere pubblicata sulle piattaforme di recensioni, diventa un contenuto che puoi riutilizzare sui tuoi canali di comunicazione per rafforzare l’autorevolezza del tuo brand.

Se decidi di chiedere una video referenza, suggerisci al tuo cliente poche accortezze semplici: indossare un abbigliamento coerente con il proprio ruolo, posizionarsi davanti a una fonte di luce adeguata e mantenere un tono spontaneo, senza leggere un testo preparato. Ricordati sempre di raccogliere l’autorizzazione al trattamento dei dati prima di pubblicare il video sui tuoi canali.

Trasforma la raccolta recensioni in una procedura, non in un’attività occasionale

L’errore più comune che vedo nelle PMI con cui lavoro non è la mancanza di clienti soddisfatti, è la mancanza di un processo strutturato per raccogliere le loro testimonianze. Le recensioni vengono chieste solo quando qualcuno se ne ricorda, in modo occasionale, e nel tempo si perde la maggior parte delle occasioni utili.

La soluzione è semplice da descrivere e richiede disciplina da applicare: stabilisci il momento standard in cui la richiesta viene fatta, decidi il canale su cui centralizzare gli sforzi, e assicurati che chiunque in azienda sia a contatto diretto con i clienti segua la stessa procedura. In questo modo nessun cliente felice viene lasciato al caso, e la tua reputazione online cresce in modo costante invece che a scatti.

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