Quasi tutte le piccole e medie imprese fanno marketing. Poche lo fanno con una strategia. La differenza sembra una sottigliezza da addetti ai lavori, e invece è quella che separa un’azienda che spende da una che investe. Un’azienda che dipende dalla fortuna da una che si costruisce le occasioni. Questa guida spiega cosa significa marketing strategico per una PMI, quanto costa davvero farne a meno, e come si mette in piedi un piano concreto in sei passi. Senza budget da multinazionale e senza teoria che non serve a niente.
1. Il costo nascosto del marketing improvvisato
Il marketing improvvisato sembra economico, ed è questo il suo inganno. Un post quando capita. Una campagna quando le vendite calano. Il sito rifatto perché quello vecchio faceva brutta figura. La fiera perché la fa anche il concorrente. Ogni cosa, presa da sola, costa poco. È la somma che ti frega, e quasi nessuno la vede perché non compare in nessuna fattura.
C’è la dispersione, intanto. Senza una direzione ogni attività tira per conto suo. Il volantino dice una cosa, il sito ne dice un’altra, chi risponde al telefono ne dice una terza. Il cliente riceve messaggi che non si sommano. Hai pagato per comunicare e comunichi a metà.
Poi c’è il fatto che non impari niente. Quando le attività sono scollegate e nessuno le misura, a dicembre non sai cosa ha funzionato. Hai la sensazione che qualcosa abbia portato clienti, ma non sai cosa. Quindi non lo puoi rifare. L’anno dopo riparti da zero, con le stesse incertezze di prima. Questo secondo me è il danno peggiore, perché è invisibile: ti condanna a ripetere gli stessi errori senza nemmeno accorgertene.
E poi c’è il tuo tempo. Il marketing improvvisato ti obbliga a decidere in continuazione, e ogni decisione non si appoggia sulla precedente. Ogni fornitore da spiegare daccapo, ogni campagna pensata come fosse la prima. È lavoro che non capitalizza mai. Per un titolare il tempo è la cosa più cara che ha, e questo modo di lavorare lo brucia.
Il marketing strategico non ti fa spendere meno. Ti fa sprecare meno, che è un’altra cosa. A fine anno sai perché sei cresciuto, invece di sperare di crescere anche l’anno dopo.
Ti racconto un caso, perché così si capisce meglio di mille spiegazioni. Un’azienda di Roma che vende servizi di sicurezza sul lavoro ad altre aziende, roba tipo RSPP, HACCP, documenti obbligatori per legge. Il titolare mi contatta perché vuole fare lead generation sui social. Ci mettiamo ad analizzare il mercato e scopriamo che su Google c’erano volumi di ricerca interessanti sulle sue keyword. Cambiamo strada: partiamo con un test Google Ads, e per farlo bene sviluppiamo sette landing page, una per ogni servizio, così ognuna intercetta un bisogno preciso. Il test è durato sei mesi. Risultato: nemmeno un lead in target. Nemmeno uno. È stata una bella delusione, lo dico onestamente, perché il lavoro era fatto bene e la logica sembrava giusta.
Però mentre studiavamo il mercato avevamo capito un’altra cosa. Per quel tipo di servizio, chi decide di comprare spesso ci arriva tramite il suo commercialista o il consulente del lavoro, perché sono loro che conoscono gli obblighi normativi dell’azienda e glieli segnalano. Il cliente vero non cercava su Google, ci arrivava passando da un intermediario. Allora abbiamo cambiato completamente bersaglio: due webinar rivolti proprio a commercialisti e consulenti del lavoro. Tre settimane di campagna su Meta, 54 lead in target. I commerciali del mio cliente li hanno richiamati uno per uno e da lì sono nate relazioni di business concrete.
La morale non è che il marketing strategico non sbaglia mai. Sbaglia eccome, quel test l’ho sbagliato io per primo. La morale è che con un metodo, quando qualcosa non funziona, te ne accorgi, capisci perché, e correggi. Senza metodo avresti solo buttato i soldi delle sette landing page e concluso che “il marketing online non funziona”.
2. Cosa significa davvero marketing strategico per una PMI
Marketing strategico è una espressione che rischia di suonare astratta, da consulenti che parlano difficile. In concreto significa una cosa semplice: prima decidi dove vuoi arrivare e chi vuoi raggiungere, poi scegli le attività di conseguenza. L’ordine è tutto. Nel marketing improvvisato si parte dall’attività, il post, la campagna, la fiera, e si spera che porti da qualche parte. Nel marketing strategico si parte dalla destinazione e si costruisce il percorso a ritroso.
Per una piccola impresa questo non vuol dire dotarsi di piani da cento pagine o di reparti marketing strutturati. Vuol dire avere risposte chiare a poche domande fondamentali: quale problema risolvo e per chi, chi è la mia buyer persona, perché un cliente dovrebbe scegliere me invece di un concorrente, quali sono i due o tre obiettivi di business dei prossimi dodici mesi, e quali attività servono davvero per raggiungerli. Una PMI che ha queste risposte ha già una strategia, anche se non l’ha mai chiamata così.
La cosa importante da capire è che la strategia precede sempre la tattica. Il canale, lo strumento, la piattaforma social del momento, sono decisioni tattiche, e una decisione tattica presa senza strategia è una scommessa. Che tu debba essere su LinkedIn, fare SEO, investire in campagne a pagamento o puntare sulle referenze, dipende interamente da chi vuoi raggiungere e dove sei diretto. Il canale giusto in assoluto non esiste, esiste solo il canale giusto per il tuo obiettivo. Chi ti propone lo strumento prima di averti chiesto dove vuoi arrivare ti sta vendendo la sua specialità, non la tua soluzione.
Costruire questa direzione è precisamente il lavoro di una consulenza di marketing strategico: mettere ordine prima di mettere mano alle attività. Nel resto di questa guida vedremo il metodo passo per passo, così puoi iniziare a costruirla anche da solo.
3. Marketing strategico e vendite: perché è un discorso solo
C’è un punto che nella maggior parte delle PMI che vendono servizi resta scoperto, e che merita di essere nominato qui anche se non è il tema centrale di questa guida. Il marketing e le vendite, nelle piccole imprese, quasi mai si parlano. Il marketing porta contatti che il commerciale giudica scarsi, il commerciale chiude trattative senza dire al marketing cosa ha funzionato, e in mezzo si perde valore che nessuno dei due recupera. Una strategia di marketing costruita ignorando come l’azienda vende è una strategia monca, perché il marketing in una PMI che vende servizi esiste per una ragione sola: rendere più facile e più frequente la vendita. Ho approfondito questo nodo, con esempi concreti e tre passi per iniziare a lavorarci, in un articolo dedicato all’integrazione tra marketing e vendite nelle PMI.
4. Come costruire un piano marketing per la tua PMI in sei passi
Un piano marketing per una piccola impresa non deve essere lungo, deve essere chiaro. Può stare in poche pagine, l’importante è che ogni pagina risponda a una domanda che conta. Questi sono i sei passi che uso quando costruisco un piano con un cliente, nell’ordine esatto in cui vanno affrontati, perché ognuno poggia sul precedente.
Passo 1: partire dagli obiettivi di business, non da quelli di marketing
Il primo errore, e il più comune, è confondere gli obiettivi di marketing con quelli di business. “Voglio più visibilità”, “voglio più follower”, “voglio un sito migliore” descrivono attività, non risultati. Un piano serio parte da obiettivi collegati al fatturato e alla crescita: quanti nuovi clienti acquisire nei prossimi dodici mesi, in quale segmento crescere, quale servizio spingere, quale margine difendere. Ogni attività di marketing che deciderai dopo dovrà rispondere a uno di questi obiettivi, altrimenti non entra nel piano. Questo passo, da solo, elimina metà delle attività inutili prima ancora di cominciare.
Un esempio di come cambia la conversazione. Un titolare mi dice “voglio essere più presente sui social”. Chiedo perché, e dopo tre domande emerge il vero obiettivo: vuole acquisire due o tre clienti in più all’anno nel segmento delle aziende medie, quelle che pagano meglio e restano più a lungo. A quel punto la presenza sui social diventa una delle possibili tattiche, da valutare, non un obiettivo in sé. Forse i social servono, forse no, forse per quel segmento conta molto di più una presenza autorevole su LinkedIn o un lavoro di posizionamento sui motori di ricerca. La domanda giusta non era “quanto social fare”, era “quali due clienti voglio l’anno prossimo e dove li trovo”.
Passo 2: capire chi è il cliente che vuoi davvero
Prima di comunicare con qualcuno devi sapere con precisione chi è. E non intendo il cliente generico, intendo quello buono: quello che paga il giusto, che torna, che ti fa lavorare bene, che ti manda altri come lui. Il modo più veloce per capire chi è non è un’analisi teorica. È guardare i clienti che hai già. Prendi i tre o quattro migliori che hai adesso e chiediti perché hanno scelto te, che problema avevano quando ti hanno cercato, cosa apprezzano di come lavori. Le risposte spesso sorprendono il titolare, ed è lì il valore. Da quel profilo esce tutto il resto: il messaggio, i canali, il tono.
Ti dico una cosa che vedo di continuo. Molti titolari hanno in testa un cliente ideale che non coincide con quello che li fa davvero guadagnare. Inseguono l’azienda grande e prestigiosa, quella bella da mettere nel portfolio, e intanto i clienti che pagano meglio e danno meno grane sono altri, magari più piccoli e meno appariscenti. Guardare i dati veri, chi ti ha lasciato più margine negli ultimi due o tre anni, spesso smonta la convinzione di partenza. E lì la strategia cambia direzione.
Passo 3: definire il posizionamento, cioè perché scelgono te
Il posizionamento è la risposta alla domanda più scomoda che un cliente si fa: perché dovrei scegliere te invece di un altro che fa la stessa cosa. Se la risposta è “qualità e servizio”, non hai un posizionamento, perché lo dicono tutti. Un posizionamento vero è specifico e a volte scomodo, perché escludere è parte del gioco: dire chi sei bene significa anche dire per chi non sei adatto. Per una PMI che vende servizi tecnici o complessi, il posizionamento spesso vive proprio nella competenza specifica, nel settore che conosci meglio di chiunque, nel tipo di problema che risolvi come nessun altro nella tua zona.
Un mini-caso rende l’idea. Un’azienda che vende un prodotto tecnico a clientela esigente si presentava come tante altre: elenco delle caratteristiche, qualità, affidabilità, esperienza pluriennale. Le stesse parole dei concorrenti, quindi nessuna parola. Lavorando sul posizionamento abbiamo spostato il baricentro dal prodotto al problema del cliente: non “cosa vendiamo” ma “quale difficoltà specifica risolviamo per chi ha esigenze tecniche complesse”. Il messaggio è diventato più stretto, ha smesso di parlare a tutti, e proprio per questo ha iniziato a parlare bene a qualcuno. Il posizionamento non allarga il pubblico, lo mette a fuoco, ed è controintuitivo solo finché non vedi cosa succede alle conversioni quando parli davvero a qualcuno invece che genericamente a chiunque.
Il posizionamento è anche il punto in cui una guida come questa incontra il suo limite naturale: leggere come si costruisce è utile, ma il posizionamento giusto per la tua azienda nasce dal confronto sui tuoi dati reali, non da un modello generale. È una delle prime cose su cui lavoro in una consulenza di marketing strategico per PMI, perché da lì dipende tutto ciò che viene dopo.
Passo 4: scegliere i canali in funzione di obiettivo e cliente
Solo adesso, dopo aver definito obiettivi, cliente e posizionamento, ha senso scegliere i canali. E la scelta diventa quasi ovvia, perché non parte più dalla moda ma dai dati che hai raccolto nei passi precedenti. Se il tuo cliente migliore è un titolare di azienda che passa la giornata su LinkedIn, il canale è LinkedIn. Se ti cercano su Google quando hanno un problema urgente, il canale è la ricerca, e oggi la ricerca ha tre volti che vale la pena presidiare insieme: il posizionamento organico che ti fa comparire tra i risultati naturali, la SEO; la pubblicità a pagamento sui motori che ti mette in cima quando serve visibilità immediata, la SEA, ossia le campagne pay per click; e la visibilità sui motori generativi, la GEO, cioè l’ottimizzazione che ti fa citare come fonte dagli assistenti basati sull’intelligenza artificiale, sempre più consultati dai decisori prima di un contatto. Se compri fiducia attraverso il passaparola, il canale è il contenuto che i tuoi clienti possono condividere. Un piano marketing sceglie pochi canali e li presidia bene, invece di essere ovunque in modo mediocre.
L’errore da evitare qui è il canale scelto per moda o per abitudine. Vedo aziende B2B investire energie su piattaforme social nate per il pubblico consumer, semplicemente perché “ci sono tutti”, mentre il loro cliente reale, un titolare o un responsabile tecnico, non le usa per lavoro e le decisioni di acquisto le matura altrove. Il canale non si sceglie perché è popolare, si sceglie perché è dove sta e si informa il cliente che hai profilato al passo due. Una PMI con risorse limitate che presidia bene due canali giusti batte sistematicamente una che è presente ovunque in modo superficiale, perché la presenza superficiale non costruisce né autorità né memoria.
Passo 5: definire il budget con un criterio, non a intuito
Il budget non si tira a indovinare a gennaio. Ha un criterio, e per una PMI il criterio più solido parte dal valore di un cliente. Se sai quanto vale in media un cliente nel tempo, e quanti clienti nuovi ti servono per l’obiettivo, puoi ragionare a ritroso: quanto ha senso investire per acquisirne uno, e quindi quanto mettere sul marketing in totale. Così ogni euro è difendibile, perché è agganciato a un ritorno atteso e non a una percentuale campata in aria. Al budget ho dedicato un articolo a parte, perché il tema merita spazio: https://www.alessandroingala.com/budget-marketing-pmi/
Il punto vero, prima ancora del budget, è che devi conoscere i tuoi numeri. E ti garantisco che moltissime aziende non li conoscono. Ti racconto un caso che mi è rimasto impresso. Un’agenzia di design di Milano, vendeva pacchetti di manutenzione siti web ad altre aziende. Il responsabile commerciale spingeva per vendere più ore possibili, convinto di fare bene. Peccato che nessuno avesse mai calcolato quanto costava un’ora di lavoro di un loro dipendente. Ci mettiamo a fare i conti e viene fuori che perdevano venti euro per ogni ora venduta. Vendevano sottocosto senza saperlo. In pratica pagavano i clienti per lavorare per loro. Abbiamo rifatto tutti i conti e fissato una tariffa oraria minima sotto la quale non scendere mai, non solo per non rimetterci, ma per fare margine. Perché stare in pari non basta, un’azienda deve guadagnare.
La percentuale sul fatturato, per dire, ha il difetto opposto ma altrettanto grave: tratta il marketing come una tassa fissa, scollegata dai risultati, e così finisce che lo tagli proprio quando le vendite calano, cioè quando ti servirebbe di più. Ragionare sul valore del cliente ribalta la testa: il budget diventa una leva che porta ritorno, non un costo da comprimere.
Passo 6: misurare pochi indicatori che contano
Un piano senza misurazione è un desiderio. Ma misurare tutto è come non misurare niente, perché ti annega nei dati. Per una PMI bastano pochi indicatori legati agli obiettivi del passo uno:
- quanti contatti qualificati arrivano ogni mese,
- da quale canale,
- quanti diventano clienti,
- quanto costa acquisirne uno,
- quanto vale nel tempo.
Sono numeri che dicono se la strategia funziona e dove intervenire, senza bisogno di dashboard sofisticate. La misurazione trasforma il marketing da spesa a investimento verificabile, ed è ciò che ti permette, alla fine dell’anno, di sapere finalmente cosa ha funzionato.
Attenzione a una trappola frequente, l’ossessione per le metriche che gonfiano l’ego ma non pagano le fatture. Il numero di follower, le visualizzazioni, i “mi piace” sono confortanti perché crescono e si vedono, ma raramente si traducono in clienti.
Un titolare che guarda solo quelle rischia di sentirsi soddisfatto mentre il fatturato non si muove. Gli indicatori che contano sono quelli attaccati al business: contatti qualificati, clienti acquisiti, costo di acquisizione, valore nel tempo. Se un canale produce tanto traffico ma pochi contatti qualificati, il dato ti sta dicendo qualcosa, e va ascoltato invece di essere nascosto sotto un numero più lusinghiero.
5. L’errore strategico che vedo più spesso: partire dagli strumenti
C’è un errore che precede tutti gli altri e che, se non riconosciuto, manda in fumo anche il piano meglio intenzionato: partire dagli strumenti invece che dagli obiettivi. Si manifesta con frasi che suonano innocue. “Dovremmo aprire un canale su una nuova piattaforma”, “ci serve un sito nuovo”, “facciamo campagne a pagamento”, “bisogna investire sull’intelligenza artificiale”. Sono tutte decisioni tattiche travestite da strategia, prese prima di aver risposto alle domande che contano.
Il motivo per cui questo errore è così comune ha una spiegazione, ed è utile nominarla. Gli strumenti sono concreti, visibili, rassicuranti: aprire un profilo o commissionare un sito dà la sensazione di stare facendo qualcosa. La strategia, al contrario, è invisibile e richiede di fermarsi a pensare prima di agire, cosa che per un imprenditore abituato a risolvere problemi in fretta risulta innaturale. Così si sceglie l’azione visibile invece della riflessione scomoda, e ci si ritrova con una collezione di strumenti che non si sommano, esattamente il marketing improvvisato da cui siamo partiti.
Il correttivo non è un altro strumento, è invertire l’ordine. Ogni volta che ti trovi a valutare un’attività, uno strumento, un canale, fermati e chiediti a quale dei tuoi obiettivi di business risponde e per quale cliente. Se non trovi la risposta, quell’attività non entra nel piano, per quanto sia di moda o convincente chi te la propone. Questa singola disciplina, applicata con costanza, separa le PMI che crescono con metodo da quelle che rincorrono l’ultima novità.
La teoria vale quanto i risultati che porta. Ti do due casi veri, due miei clienti che mi hanno autorizzato a usare nome e numeri, così vedi cosa cambia quando una PMI passa dall’improvvisazione al metodo.
Il primo è BlueBI di Torino, che vende soluzioni di business intelligence ad aziende nel mercato enterprise. Servizio ottimo, ma il problema tipico delle PMI tecniche: fanno fatica a comunicare il valore di quello che vendono a interlocutori complessi. Con loro il lavoro è stato lungo e su più fronti. Abbiamo coordinato il rebranding dell’azienda e il restyling del sito. Ho formato il team commerciale su come usare davvero LinkedIn, non a caso, e ho lavorato col marketing interno sulla costruzione dei funnel di lead generation. In otto mesi sono arrivati trentuno contatti da multinazionali, il fatturato è cresciuto del 20,4%, e le parole chiave posizionate nelle prime dieci posizioni di Google sono aumentate del 672%. Il CEO, Nicola Celli, dice che, anche grazie al mio contributo, hanno raggiunto gli obiettivi del piano industriale. Quei numeri non escono da un colpo di genio, escono da una direzione tenuta per mesi.
Il secondo è lo Studio Santagostino di Milano, che fa consulenza direzionale e servizi HR. Marco Santagostino (uno dei soci prorietari) mi ha cercato perché voleva un consulente presente, uno che lo accompagnasse in un percorso strutturato invece di lasciarlo solo dopo due riunioni. Abbiamo lavorato sulla comunicazione, sulla SEO e sulla lead generation, un passo per volta. Il traffico organico è cresciuto del 300% e il fatturato del 20% rispetto all’anno prima. Lui mi definisce un coach di marketing che affianca nel business, ed è la descrizione che preferisco tra quelle che mi hanno dato, perché è esattamente come mi vedo.
I due casi non c’entrano niente tra loro come settore, e nemmeno come canali usati. La cosa che hanno in comune è una sola: hanno smesso di fare attività slegate e hanno iniziato a muoversi dentro una strategia. Il costo del marketing improvvisato di cui parlavo all’inizio, qui, si è ribaltato in un investimento che ha reso mese dopo mese.
6. Da dove iniziare, concretamente
Se stai leggendo fin qui, probabilmente ti sei riconosciuto nel marketing improvvisato più di quanto vorresti. È la condizione normale di quasi tutte le PMI, e non è una colpa: è semplicemente la fase che precede la decisione di lavorare con metodo. Il primo passo non è aumentare il budget né aprire un nuovo canale. È fermarsi e rispondere, con onestà, alle domande dei sei passi: dove voglio arrivare, chi è il mio cliente migliore, perché mi scelgono, cosa sto misurando davvero. Se a queste domande fatichi a rispondere, hai trovato il punto da cui partire, ed è già un risultato.
Costruire una strategia di marketing per la tua PMI è esattamente il lavoro che faccio con i titolari che vogliono smettere di rincorrere i clienti e iniziare a costruire un sistema che li porta. Se vuoi capire come questo metodo si applica al tuo caso specifico, puoi vedere in cosa consiste la consulenza di marketing strategico per PMI e valutare se ha senso parlarne.
Domande frequenti
Qual è la differenza tra marketing strategico e marketing operativo?
Il marketing strategico decide la direzione: obiettivi, cliente, posizionamento, canali. Il marketing operativo esegue: scrive i contenuti, gestisce le campagne, pubblica sui canali. La strategia viene prima e guida l’operativo. Un’azienda che fa solo operativo, senza strategia, lavora molto e capitalizza poco, perché ogni attività è scollegata dalle altre e da un obiettivo di business.
Una PMI piccola ha davvero bisogno di una strategia di marketing?
Sì, e per una ragione controintuitiva: più piccole sono le risorse, più conta usarle bene. Una multinazionale può permettersi di sprecare budget in attività scollegate perché il volume assorbe gli errori. Una piccola impresa no. Proprio perché ogni euro pesa, una PMI ha bisogno di una direzione che eviti la dispersione. La strategia non è un lusso da grandi aziende, è una necessità di chi ha risorse limitate.
Quanto tempo serve per vedere risultati da un marketing strategico?
Dipende dai canali scelti. Le attività organiche, come la SEO e i contenuti, richiedono mesi prima di produrre risultati stabili, ma poi capitalizzano nel tempo. Le attività a pagamento danno risultati più rapidi ma si fermano quando fermi la spesa. Un piano equilibrato combina le due cose in funzione degli obiettivi. In generale, per una PMI è realistico aspettarsi i primi segnali concreti entro alcuni mesi e una stabilizzazione più avanti nel percorso.
Posso costruire una strategia di marketing da solo, senza un consulente?
In parte sì, soprattutto i primi passi, che richiedono soprattutto onestà e conoscenza della tua azienda. Le domande su obiettivi, cliente e posizionamento puoi iniziare a rispondere tu, e ti conviene farlo comunque, perché nessun consulente conosce la tua azienda meglio di te. Il valore di un professionista arriva quando quelle risposte vanno trasformate in un piano operativo, nei canali giusti e in un sistema di misurazione, e quando serve un occhio esterno che veda ciò che dall’interno non si vede.
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