La domanda che ogni titolare di PMI si fa, prima o poi, davanti a una fattura di marketing è sempre la stessa: sto buttando via questi soldi o stanno tornando indietro moltiplicati? È la domanda giusta, ed è anche quella a cui la maggior parte delle aziende non sa rispondere, perché misura le cose sbagliate o non misura affatto.
In questa guida spiego come calcolare il ritorno del marketing in modo che un titolare o un marketing manager possa capire quali pochi indicatori seguire davvero, e perché uno dei numeri più amati dal settore, il costo per contatto, può portarti fuori strada mentre credi di avere tutto sotto controllo.
1. Perché misurare il marketing è diverso dal misurare tutto
Un marketing che non si misura è un desiderio, non un investimento. Su questo c’è poco da discutere. Il problema è che tra il non misurare niente e il misurare tutto c’è una via di mezzo che quasi nessuno percorre, e le due strade sbagliate si somigliano più di quanto sembri. Chi non misura naviga a vista. Chi misura tutto annega in decine di grafici e, alla fine, prende decisioni con la stessa incertezza di chi non ne ha nessuno, perché non sa distinguere il numero che conta da quello che fa solo rumore.
Per una PMI la soluzione è la selezione. Ti servono non le dashboard sofisticate delle multinazionali, ma pochi numeri collegati direttamente ai tuoi obiettivi di business. Un numero merita il tuo tempo solo se risponde a una domanda che riguarda il fatturato o la crescita. Tutto il resto è, nella migliore delle ipotesi, curiosità, e nella peggiore una distrazione travestita da controllo.
2. Il ROI del marketing, spiegato senza formule intimidatorie
ROI è l’acronimo di ritorno sull’investimento, in inglese return on investment. Dietro la sigla c’è un’idea semplice come poche: per ogni euro che metto in un’attività, quanti euro tornano indietro. Applicato al marketing, a volte lo trovi indicato come ROMI, ritorno sull’investimento di marketing, ma il concetto è lo stesso e non serve appesantirsi con l’acronimo in più.
La formula è questa: ROI uguale ricavi generati meno capitale investito, il tutto diviso il capitale investito. Se moltiplichi il risultato per cento lo leggi come percentuale. Un esempio rende tutto chiaro. Immagina di aver investito diecimila euro in un insieme di attività di marketing, tra budget pubblicitario e compenso di chi le ha gestite, e che da quelle attività siano arrivate vendite per quarantamila euro. Il calcolo è quarantamila meno diecimila, diviso diecimila, per cento: il risultato è trecento per cento. Significa che per ogni euro investito ne sono tornati indietro tre oltre a quello di partenza. Il ROI è positivo e importante.
La formula è facile. La parte difficile, e onesta, è un’altra: attribuire con precisione quali vendite arrivano davvero dal marketing. Nel mondo reale un cliente vede la tua pubblicità su un canale, poi ti cerca su Google giorni dopo, poi chiede a un conoscente, e infine ti contatta. A quale attività assegni quella vendita. Una risposta perfetta non esiste, esiste una risposta ragionevole, ed è il motivo per cui il ROI del marketing va letto come una bussola che indica la direzione, non come un cronometro al millesimo. Ti dice se stai andando dalla parte giusta, non il numero esatto al centesimo.
3. La parola che rovina tutto: “visibilità”
C’è una parola che, quando la sento, capisco già che sarà difficile. La parola è “visibilità”. Ti racconto un caso recente, perché è un mio fallimento e serve a far capire quanto conti l’inquadramento.
Mi contatta, tramite il passaparola di un cliente soddisfatto, un’azienda che produce arredi in legno. Il cliente che li aveva mandati da me aveva investito circa ventimila euro in un anno, tra consulenza e budget pubblicitario, ed era contento perché gli arrivavano clienti nuovi ogni mese. Il dato preciso di quanto gli fosse cresciuto il giro d’affari non ce l’ho, ma di una cosa sono sicuro: se non gli fossero arrivati clienti me lo avrebbe detto senza giri di parole, e avremmo cambiato le campagne. Insomma, arrivavo con una buona referenza, mi aspettavo un minimo di fiducia già costruita.
Al titolare degli arredi in legno accenno che per mettere in piedi un progetto serio di lead generation serviva un budget tra i quindici e i venticinquemila euro il primo anno, che dal secondo si sarebbe potuto assestare tra i dodici e i quindici. Mi ferma quasi subito. Ne aveva già parlato col socio, e la risposta era: “non possiamo permetterci di investire tali cifre per la visibilità”. Parliamo di un’azienda con un fatturato vicino al milione di euro e circa 125.000 euro di utile. Potevano permetterselo eccome.
Il problema è tutto in quella parola: visibilità. L’avevano inquadrato come una spesa per farsi vedere, un costo, come comprare un cartellone. E davanti a un costo la domanda è sempre “quanto mi costa”, e la risposta è sempre “troppo”. Se invece l’avessero visto per quello che era, un investimento da cui stimare un ritorno in clienti e fatturato, la domanda sarebbe stata un’altra: “quanto mi rende”. E lì i numeri li avrei potuti mostrare.
La cosa che mi rode è che il fallimento è anche mio. Nella stanza dove lui e il socio stavano decidendo non sono riuscito a entrare, e non sono stato capace di spiegargli prima, con chiarezza, che quei quindici-venticinquemila euro non erano il prezzo della visibilità ma l’investimento per costruire un flusso di clienti misurabile. Hanno deciso da soli, con la categoria sbagliata in testa, e quando è arrivata la mia proposta era già tardi. Ho perso quella vendita non perché il progetto fosse sbagliato, ma perché non sono riuscito a cambiare il concetto che avevano in mente.
4. Il numero che seguono tutti e che spesso inganna: il costo per contatto
Qui arriviamo al punto che distingue chi misura il marketing con occhio da venditore da chi lo misura come un contabile. C’è una metrica che moltissime aziende seguono in modo ossessivo: il costo per contatto acquisito, cioè quanto spendo in media per far compilare un modulo o generare una richiesta. Sembra la metrica regina, quella che ti dice se il marketing è efficiente. In realtà, presa da sola, è una delle più ingannevoli che esistano.
Il motivo è semplice e lo capisce subito chi ha fatto vendita. Un contatto che costa poco ma non compra mai è infinitamente più caro di un contatto che costa il triplo ma diventa cliente. Se abbassi il costo per contatto allargando il pubblico e attirando curiosi, i tuoi numeri sul foglio migliorano mentre il tuo fatturato peggiora, perché stai riempiendo il funnel di persone che non compreranno. Ti senti efficiente e stai andando a fondo. Ho visto aziende festeggiare un costo per contatto dimezzato e poi ritrovarsi con il reparto commerciale sommerso di richieste inutili, che bruciano tempo prezioso senza produrre una vendita.
Il costo per contatto non è inutile, ma va guardato sempre insieme a cosa succede dopo, non da solo. Il numero che conta davvero non è quanto costa un contatto, è quanto costa un cliente. E per arrivare lì serve seguire la catena, non fermarsi al primo anello.
5. La catena dei numeri che contano: seguire un euro fino al cliente
Il modo più utile per un titolare di guardare i numeri del marketing non è una lista di indicatori paritari, è una catena. Segui un singolo euro e un singolo potenziale cliente lungo il percorso, dal primo contatto fino alla vendita, e a ogni passaggio hai un numero che ti dice se le cose funzionano o dove si inceppano.
Il primo anello è la capacità di trasformare l’attenzione in contatto. Delle persone che arrivano sulla tua pagina o vedono la tua offerta, quante lasciano un recapito o chiedono informazioni. Questo è il tasso di conversione, ed è il primo punto dove il marketing dimostra di funzionare o rivela un problema di messaggio.
Il secondo anello è la qualità di quei contatti. Dei contatti raccolti, quanti diventano davvero clienti. Questo è il numero che smaschera l’inganno del costo per contatto, perché un canale può portarti tanti contatti a basso costo che poi non comprano, e un altro pochi contatti più cari che chiudono spesso. Solo guardando questo secondo anello capisci quale dei due ti sta davvero facendo crescere.
Il terzo anello è quanto ti costa in totale portare a casa un cliente, non un contatto. Metti insieme tutto quello che hai speso e dividilo per il numero di clienti effettivamente acquisiti: ottieni il costo di acquisizione cliente. Questo è uno dei due numeri che alla fine contano davvero, perché ti dice il prezzo reale della crescita.
Il quarto anello è quanto vale quel cliente nel tempo. Un cliente non è una vendita singola, è una relazione: quanto ti porta in media nell’arco di tutta la collaborazione, tra il primo acquisto, i successivi, i servizi aggiuntivi. Questo è il valore del cliente nel tempo, in inglese lifetime value, ed è l’altro numero che conta davvero, perché è quello che dà senso a tutto il resto.
Quando metti in relazione questi ultimi due anelli, quanto ti costa acquisire un cliente e quanto quel cliente vale nel tempo, hai la risposta alla domanda da cui siamo partiti. Se acquisirlo ti costa una certa cifra e poi quel cliente ne vale molte volte tanto durante tutta la durata della relazione di business, il marketing sta lavorando bene: mette dentro euro e ne restituisce di più. Se invece acquisire un cliente ti costa quanto o più di quello che il cliente rende, hai un problema, e nessun costo per contatto basso te lo nasconderà.
6. E i KPI di cui parlano le agenzie? Servono, ma dopo
Chi lavora nel marketing digitale usa spesso la sigla KPI, indicatori chiave di prestazione, in inglese key performance indicator. Dietro c’è un’idea corretta: scegliere le metriche giuste per monitorare un’attività. Il problema è che l’elenco dei KPI possibili è sterminato, tasso di apertura delle email, click, posizionamento sui motori, interazioni sui social, e un titolare che se li vede snocciolare tutti insieme rischia di perdersi.
A mio parere, la gerarchia giusta è questa: in cima ci sono i numeri di business di cui abbiamo parlato (costo di acquisizione cliente e valore del cliente nel tempo). Sono quelli che guarda il titolare, e che dicono se il marketing sta facendo crescere l’azienda. Sotto, a un livello operativo, ci sono i KPI specifici di ogni canale, che servono a chi gestisce le attività per capire dove intervenire. Il tasso di apertura di una newsletter serve a chi scrive le email per migliorarle. Il posizionamento di una parola chiave su Google serve a chi cura la presenza organica, ma vale solo se quella parola è davvero cercata dai tuoi clienti e legata al tuo business, non se è una parola qualsiasi su cui è facile arrivare primi.
Quest’ultima distinzione merita una sottolineatura, perché è una trappola frequente. Essere primi su Google per una parola che nessuno dei tuoi clienti cerca, o che cercano solo curiosi senza intenzione di comprare, non vale niente per il tuo fatturato, per quanto sia gratificante da vedere. Vale lo stesso principio del costo per contatto: il numero deve essere collegato al business, altrimenti è un applauso che non paga le fatture.
Un criterio utile per scegliere qualsiasi indicatore, a qualunque livello, è il vecchio metodo che porta a definire obiettivi specifici, misurabili, raggiungibili, realistici e con una scadenza. Se un obiettivo di marketing non è misurabile e non ha una scadenza, non è un obiettivo, è un auspicio, e un auspicio non si può monitorare.
7. Le vanity metric: i numeri che gonfiano l’ego e non il conto in banca
C’è una categoria di numeri che merita un avvertimento esplicito, perché sono i più seducenti e i più inutili: le vanity metric, le metriche della vanità. Sono quelle che crescono, si vedono, fanno sentire bene, e raramente si traducono in clienti. Il numero di follower, i like, le visualizzazioni, le impression. Guardarle dà la piacevole sensazione che qualcosa stia succedendo, e a volte qualcosa succede davvero, ma il collegamento con il fatturato è debole o inesistente.
Non è che questi numeri siano falsi, è che rispondono alla domanda sbagliata. Ti dicono quante persone hanno visto o toccato un contenuto, non quante sono diventate clienti. Un titolare che valuta il marketing dai like rischia di sentirsi soddisfatto mentre il conto in banca non si muove, ed è la posizione più pericolosa di tutte, perché l’illusione di controllo è peggiore della sua assenza. La regola pratica è spietata e utile: se un numero cresce ma non riesci a collegarlo a un contatto qualificato o a un cliente, trattalo come un indizio secondario, non come una prova di successo.
8. Come iniziare a misurare, concretamente, senza strumenti complicati
La buona notizia è che per iniziare non serve un sistema costoso. Serve mettere in fila poche informazioni che probabilmente hai già sparse. Quanti nuovi clienti hai acquisito nell’ultimo anno e da quale canale sono arrivati. Quanto hai speso complessivamente in marketing nello stesso periodo. Quanto vale in media un cliente per la tua azienda. Con questi tre dati grezzi hai già abbastanza per calcolare un costo di acquisizione approssimativo e confrontarlo con il valore del cliente, che è il ragionamento più importante di tutti.
Da lì si affina. Uno strumento di analisi del sito, configurato per registrare quando qualcuno compila un modulo di contatto, ti dà il primo anello della catena. Un minimo di ordine nel registrare da dove arrivano i contatti ti dà il secondo. Partire perfetti è impossibile e inutile, serve partire, perché il primo mese di dati imperfetti vale infinitamente più di un anno di sensazioni. La misurazione è un muscolo che si allena, e come tutti i muscoli all’inizio è goffo e diventa preciso con l’uso.
Questo lavoro di impostare cosa misurare e come leggerlo è una delle prime cose che affronto quando lavoro al fianco di un titolare, perché senza è impossibile capire se una strategia funziona. Se vuoi vedere come si costruisce un sistema di misurazione tagliato sulla tua azienda, fa parte della consulenza di marketing strategico per PMI che offro. E se prima vuoi il quadro d’insieme di come si costruisce una strategia con metodo, il punto di partenza è la guida al marketing strategico per PMI.
9. Domande frequenti
Come si calcola il ROI del marketing in modo semplice?
Il ROI si calcola sottraendo il capitale investito dai ricavi generati, dividendo il risultato per il capitale investito e moltiplicando per cento per leggerlo in percentuale. Se investi diecimila euro e generi quarantamila euro di vendite, il ROI è del trecento per cento, cioè per ogni euro investito ne tornano tre oltre a quello iniziale. La difficoltà vera non è il calcolo, è attribuire con onestà quali vendite arrivano davvero dal marketing, motivo per cui il ROI va usato come indicazione di direzione più che come misura esatta.
Qual è la differenza tra ROI e costo di acquisizione cliente?
Il ROI misura il ritorno complessivo di un investimento in rapporto a quanto hai speso, ed è una fotografia d’insieme. Il costo di acquisizione cliente misura una cosa più specifica e più operativa: quanto ti costa in media portare a casa un singolo cliente. Sono complementari. Il ROI ti dice se il marketing nel complesso rende, il costo di acquisizione ti dice il prezzo reale della crescita e, confrontato con il valore del cliente nel tempo, ti dice se quel prezzo è sostenibile.
Perché il costo per contatto può essere una metrica fuorviante?
Perché guarda solo il primo anello della catena, quanto costa generare una richiesta, e ignora cosa succede dopo. Un canale può produrre contatti a basso costo che però non comprano quasi mai, gonfiando i numeri sul foglio mentre il fatturato resta fermo. Il costo per contatto va sempre letto insieme al tasso con cui quei contatti diventano clienti. Il numero che conta davvero non è quanto costa un contatto, è quanto costa un cliente.
Quali sono i pochi indicatori che dovrebbe seguire il titolare di una PMI?
A livello di business, due su tutti: il costo di acquisizione cliente e il valore del cliente nel tempo. Il loro rapporto dice se il marketing sta creando valore o lo sta bruciando. Gli altri indicatori, come il tasso di conversione o i KPI specifici dei singoli canali, sono utili a chi gestisce le attività per capire dove intervenire, ma il titolare deve tenere gli occhi sui due numeri che parlano la lingua del fatturato.
Cosa sono le vanity metric e perché evitarle?
Le vanity metric sono numeri che crescono e si vedono ma raramente si traducono in clienti: follower, like, visualizzazioni, impression. Questi numeri non sono falsi, rispondono semplicemente alla domanda sbagliata, dicono quante persone hanno visto un contenuto e non quante sono diventate clienti. Vanno tenute come indizi secondari, mai usate come prova che il marketing sta funzionando, perché danno un’illusione di successo che può nascondere un fatturato fermo.
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